Intervista a Mario Gattiker

Intervista al Segretario di Stato Mario Gattiker, Segreteria di Stato della Migrazione (SEM)

Il fenomeno epocale della migrazione richiede una visione solidale e responsabile. L’approccio svizzero.

Mario Gattiker*

Signor Segretario di Stato, innanzitutto la ringraziamo per la sua disponibilità. Di quali risorse personali e di bilancio dispone la Segreteria di Stato per la migrazione SEM?
La SEM fa parte del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) e dispone di circa 1.100 collaboratori. Nell’esercizio 2016 le spese ammontarono a circa 1,8 miliardi di franchi svizzeri.

In quale campo di attività della SEM si registrano le maggiori spese?
Il mandato della SEM si basa sulla Legge federale sugli stranieri e sulla Legge federale sull’asilo. Di conseguenza è responsabile per l’ingresso e la permanenza di persone straniere e della loro integrazione e cittadinanza, come pure della protezione di perseguitati. L’80% delle spese citate riguardano il contesto della concessione d’asilo, in particolare la compensazione delle spese di assistenza sociale ai richiedenti asilo, ai titolari di autorizzazioni provvisorie e di profughi, che spettano ai cantoni.

Quale è stata la maggiore sfida per la SEM nel 2016 dal punto di vista umanitario, sociale ed economico?

Dal punto di vista umanitario
A livello mondiale, 65 milioni di persone sono in fuga; dalla seconda guerra mondiale il numero di profughi non è mai stata così elevato. Solo in Siria sono state scacciate  11 milioni di persone. La Svizzera si impegna in favore di queste persone a svariati livelli, sia attraverso un aiuto in loco o tramite l’accettazione di profughi particolarmente vulnerabili nell’ambito del programma svizzero di riallocazione. Inoltre, in considerazione della crisi umanitaria in Siria il Consiglio federale ha deciso di investire oltre 250 milioni di franchi svizzeri in aiuti in loco e di concedere una protezione temporanea in Svizzera a oltre 7.500 persone.

Dal punto di vista sociale
Una grande sfida per la SEM è costituita dalla rapida integrazione di persone con un prevedibile soggiorno di lunga scadenza in Svizzera. Negli scorsi anni l’attività della SEM si è focalizzata soprattutto sull’integrazione professionale e sociale dei profughi.

Dal punto di vista economico
Il 9 febbraio 2014 il popolo e i cantoni hanno approvato un nuovo articolo della costituzione sull’immigrazione che prevede che la Svizzera regoli l’immigrazione tramite contingenti massimi e priorità per residenti. L’attuazione di questo mandato costituzionale prevede una ri-negoziazione dell’Accordo di libera circolazione delle persone (ALC). Di conseguenza, dal febbraio 2015 abbiamo condotto intense conversazioni con l’UE su questo problema. Tuttavia, dopo Brexit è risultato evidente che per la Svizzera non era più possibile acquisire una soluzione negoziale soddisfacente. A fine dicembre 2016 il Parlamento si è espresso in favore di una soluzione conforme all’ALC. Così è stato possibile firmare anche il cosiddetto “Protocollo Croazia” (estensione dell’ALC alla Croazia, paese membro dell’UE) e ratificarlo a fine 2016. Di conseguenza si è potuta mantenere la tanto importante collaborazione di ricerca con l’UE, vincolata al protocollo Croazia. Per l’industria si tratta di un fatto positivo relativo alla sicurezza del diritto.

Quali sono gli obiettivi concreti della SEM  per l’anno in corso?
In data 5 giugno 2016 le elettrici e gli elettori svizzeri hanno approvato la revisione della legge per l’accelerazione dei procedimenti di concessione d’asilo con una maggioranza del 66,8%. Attualmente stiamo procedendo all’attuazione di tale revisione. Da un lato il procedimento deve essere accelerato; d’altro canto bisogna assicurarsi che la protezione legale dei richiedenti asilo rimanga garantita. L’applicazione del nuovo sistema avverrà nel 2019. Attualmente ci troviamo, come si suol dire, in dirittura d’arrivo.

Corrisponde a verità che il numero di richiedenti asilo senza prospettive di accoglienza è in crescita a livello europeo?
No, almeno per la Svizzera non è il caso. Avviene persino il contrario: la quota protetta, cioè la quota dei richiedenti asilo che ricevono protezione è costantemente salita nel corso degli anni. Tra il 2005 e il 2016 la quota protetta è salita da 36% a 49%. Ciò vale anche per la quota di approvazione, cioè la quota di concessione d’asilo per profughi accertati: nello stesso periodo si è più che raddoppiata (da 12,4% a 25,2%).

Quale è l’approccio della Svizzera  nei confronti di richiedenti asilo  che non ne posseggono i requisiti?
La SEM effettua i procedimenti concernenti l’asilo con rapidità e rispettando il diritto internazionale, perseguendo con la sua politica d’asilo un chiaro obiettivo: persone che necessitano di protezione devono poterla ricevere in Svizzera; persone che non necessitano di protezione devono lasciare la Svizzera rapidamente. In casi relativi agli accordi di Dublino l’espulsione avviene verso il paese europeo competente. Onde favorire il ritorno volontario verso il paese d’origine, la Svizzera offre un aiuto concreto. Per facilitare i rientri la Svizzera ha concluso accordi di rimpatrio con circa 50 stati.

Lei ritiene che le attività di supporto allo sviluppo possono arginare la migrazione  in fuga verso l’Europa?
Il supporto allo sviluppo ha ovviamente l’obiettivo fondamentale di combattere la povertà. Oltre a guerre, conflitti e in misura crescente fattori ambientali la povertà è un fattore determinante per la migrazione. La sfida consisterà nel collegare ancor più significativamente (dove è necessario e plausibile) il supporto allo sviluppo al tema della migrazione, senza peraltro strumentalizzarli. Del resto, questo è anche la missione conferita dal parlamento.

Vi sono in proposito concreti sforzi da parte della Svizzera a livello internazionale?
A titolo di esempio, la Svizzera partecipa al finanziamento dell’European Emergency Trust Fund, per aggredire le cause della migrazione in Africa. Si tratta di un’iniziativa importante, perché ha messo in moto un importante processo di collaborazione sulla migrazione tra stati europei e africani. Del resto, con il suo concetto delle partnership sulla migrazione la Svizzera persegue già da diversi anni l’approccio del partenariato nella politica estera sulla migrazione. In questo contesto la SEM collabora strettamente con la Segreteria di Stato per l’economia e con il Dipartimento federale degli affari esteri.

Come si attiva la Svizzera per l’integrazione economica delle persone che vi hanno trovato rifugio?
È importante che al più presto possibile vengano presi provvedimenti per favorire l’apprendimento della nostra lingua. Si tratta di una premessa importante affinché l’integrazione professionale abbia successo in tempi brevi. Perciò collaboriamo strettamente con operatori della formazione professionale, come per esempio nell’ambito del programma-pilota “Formazione preliminare per l’integrazione”, che sarà lanciato nel 2018, affinché il maggior numero possibile di persone nell’ambito dell’asilo possa essere preparato all’inizio di una formazione professionale.
Di grande rilevanza è altresì il rapporto con i datori di lavoro. Per questa ragione dal 2012 svolgiamo un dialogo d’integrazione con rappresentanti dell’economia. Da questo dialogo sono già scaturiti diversi progetti.

L’Italia è particolarmente colpita dalla migrazione verso l’Europa.
Una corretta e solidale ripartizione degli oneri tra gli stati del trattato di Dublino  è perciò di vitale interesse per l’Italia.
Quale è il contributo della Svizzera alla corretta ripartizione degli oneri?
Nel contesto della migrazione l’Italia è un partner particolarmente importante per la Svizzera. Ci rendiamo perfettamente conto delle grandi sfide che l’Italia deve affrontare – anche solo per la sua posizione geografica. Nel corso dell’ultimo anno l’Italia ha fatto moltissimo nell’ambito della concessione d’asilo e della migrazione. Non possiamo ribadirlo abbastanza e io stesso lo sottolineo ripetutamente qui in Svizzera. Proprio perché l’Italia adempie ai propri doveri derivanti dalla collaborazione a livello Dublino, noi riteniamo che anche gli altri stati nell’ambito Dublino dovrebbero dimostrare la propria solidarietà. La Svizzera lo fa: a breve termine, accogliendo in Svizzera 900 richiedenti asilo sino a settembre 2017, nel contesto  del programma di riallocazione dell’UE.  E a medio termine impegnandosi con altri stati dell’accordo di Dublino per una più giusta ripartizione a livello europeo della responsabilità per i richiedenti asilo.

Nella sua gioventù lei si è occupato della cosiddetta psichiatria democratica e ha partecipato come volontario ad alcuni progetti concernenti questa straordinaria visione del prof. Basaglia. Che cosa le è rimasto  di questa esperienza in Italia?
L’obiettivo della riforma della psichiatria in Italia è stata l’integrazione nella società, per quanto possibile, di persone con malattie psichiche, invece di rinserrarle, escludendole, in strutture chiuse. Il modello del prof. Basaglia ha avuto successo e oggi fa parte dello standard clinico. Integrazione invece  di esclusione: questo è un pensiero-guida tuttora giusto e attuale, per esempio riguardo al nostro modo di porci nei confronti delle minoranze.

*Mario Gattiker nato nel 1956 e laureato in diritto, dal 1984 al 2000 fu attivo in diverse fondazioni e istituzioni di soccorso svizzere. Assunse nel 2001 la direzione della Segreteria della Commissione federale degli stranieri. Nel 2003 fu nominato vicedirettore dell’Ufficio federale dell’immigrazione, dell’integrazione e dell’emigrazione e capodivisione Integrazione e cittadinanza. Dal 2005 alla testa dell’Ambito direzionale Lavoro, integrazione e cittadinanza dell’Ufficio federale della migrazione, dal febbraio 2012 diresse l’Ufficio federale della migrazione e dal 2015 è Segretario di Stato della nuova Segreteria di Stato della migrazione (SEM).

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