Di Alessia Ferrucci, Science Counselor Ambasciata di Svizzera in Italia
In natura, la tensione è parte integrante dei processi di evoluzione: è attraverso l’adattamento a condizioni difficili che gli organismi si trasformano, si rafforzano, trovano nuovi equilibri. Allo stesso modo, nella storia delle società, sono spesso i momenti di crisi a generare innovazione e progresso. La pressione diventa stimolo, la complessità si traduce in creatività, la necessità accelera il cambiamento.
La scienza, per sua stessa natura, incarna questo meccanismo. È un processo continuo di osservazione, verifica, correzione, adattamento. Si evolve, si ricalibra, si apre a nuove ipotesi quando le precedenti non bastano più. In questo senso, la trasformazione non è un’eccezione ma la regola del metodo scientifico. La scienza, inoltre, parla un linguaggio universale che va oltre le tensioni politiche e culturali. Le formule, i dati, le evidenze sperimentali sono condivisibili e verificabili ovunque. Nei laboratori internazionali, nei grandi progetti di ricerca, contano le competenze e le idee, non le appartenenze. È per questo che la diplomazia scientifica rappresenta una forza di coesione: crea spazi in cui la cooperazione prevale sulle tensioni e in cui la conoscenza diventa terreno comune, capace di costruire ponti anche nei contesti più frammentati.
La Svizzera ha fatto di questa visione un modello strutturato. Alcuni degli esempi di questo modello sono: il CERN, fondato a Ginevra nel 1954 come simbolo di cooperazione scientifica internazionale (con la Svizzera che contribuisce a circa il 4% del budget annuale), la rete Swissnex, inaugurata nel 2003 per connettere ricerca e innovazione con i principali hub globali, GESDA (Geneva Science and Diplomacy Anticipator), fondazione che favorisce il dialogo tra scienza e diplomazia per anticipare le sfide globali emergenti, e infine l’integrazione formale della diplomazia scientifica nella strategia di politica estera dal 2019. La scienza diventa così linguaggio di politica estera e leva economica. Questo approccio si fonda su un ecosistema coerente. Per quindici anni consecutivi la Svizzera è al primo posto nel Global Innovation Index e investe il 3,4% del PIL in ricerca e sviluppo. ETH Zürich ed EPFL sono tra i primi atenei europei per creazione di spin-off deep tech: oltre 1.500 startup generate negli anni, più di 100 miliardi di dollari di valore creato. Attorno a questa pipeline di talenti hanno scelto di insediarsi colossi come Google, Microsoft, Meta e Nvidia.
Ma cosa significa, in concreto, che la ricerca aiuta le imprese a superare le sfide globali? Significa, ad esempio, che il Paul Scherrer Institute sviluppa tecnologie per l’idrogeno e batterie di nuova generazione che alimentano la transizione energetica. Che l’IDSIA (Istituto Dalle Molle di Studi sull’Intelligenza Artificiale), pioniere del deep learning, lavora su algoritmi di ottimizzazione applicati alla robotica e alla logistica industriale. Che le principali aziende farmaceutiche svizzere investono oltre 22 miliardi di franchi l’anno in R&D, rendendo la Svizzera un hub globale per la medicina personalizzata e le terapie oncologiche avanzate.
Nell’anno delle Olimpiadi invernali 2026, significa anche che la ricerca sportiva anticipa soluzioni industriali: materiali autoriparanti per sci, caschi intelligenti progettati con l’AI all’EPFL, sensori di sicurezza integrati e sistemi avanzati di video capture presentati allo Sport Tech Day per i Giochi Olimpici di Milano. Tecnologie nate per migliorare performance e sicurezza che trovano applicazione in ambiti ben più ampi, dall’industria dei materiali alla sensoristica.
Il motore dello spirito innovativo svizzero è il trasferimento tecnologico. Il Fondo Nazionale Svizzero finanzia la ricerca di base; il programma BRIDGE, congiunto con Innosuisse, accompagna i progetti verso prototipi e validazione industriale; Innosuisse sostiene l’ingresso sul mercato. Le università collaborano stabilmente con le imprese, grandi e piccole. La ricerca non si esaurisce in una pubblicazione scientifica: è l’inizio di un percorso verso applicazioni concrete.
In questo contesto, il pieno reintegro della Svizzera in Horizon Europe nel 2025 ha riaperto opportunità decisive di cooperazione. Per l’Italia, secondo partner della Confederazione nel programma con oltre 500 progetti congiunti, si tratta di un’accelerazione significativa. Basti pensare a settori come intelligenza artificiale e tecnologie quantistiche, nei quali sia Svizzera che Italia hanno elaborato strategie mirate, ponendo le basi per uno sviluppo tecnologico autonomo e competitivo, con la possibilità di approfondire la collaborazione strategica bilaterale. La Svizzera ha in questi anni istituito lo Swiss National AI Institute, messo in funzione il supercomputer Alps e creato il proprio modello di linguaggio, chiamato Apertus. Inoltre, il 64% delle aziende svizzere prevede di rafforzare la propria autonomia digitale, consolidando così la capacità del Paese di esercitare sovranità tecnologica, anche ai fini della collaborazione internazionale.
Nel 2025, l’evento promosso dall’Ambasciata su progetti di ricerca italo-svizzeri in Horizon Europe, ha mostrato come questa cooperazione si traduca in progetti concreti: “Fluently”, dedicato all’interazione uomo-robot, e “SWITCH”, focalizzato sull’idrogeno pulito, sono solo alcuni degli esempi di come la collaborazione bilaterale contribuisca alla competitività europea. Creare spazi di dialogo è parte essenziale di questa strategia. Per l’Ambasciata, ogni incontro istituzionale, ogni missione accademica, ogni progetto congiunto è parte di un’infrastruttura relazionale che mette al centro le persone.
L’Ambasciata lavora a stretto contatto con la rete globale Swissnex – il cui obiettivo è collegare la ricerca e l’innovazione svizzera ai principali centri scientifici e tecnologici del mondo – per creare connessioni tra ricercatori, startup, università e imprese. Una Commissione mista scientifica italo-svizzera si incontra periodicamente per trattare le principali questioni scientifiche. Un’altra piattaforma rilevante è rappresentata dal progetto di diplomazia pubblica “In Cammino con la Svizzera”, un’iniziativa dell’Ambasciata di Svizzera in Italia realizzata in collaborazione con il Consolato generale di Svizzera a Milano. Ogni tappa, guidata dall’Ambasciatore Balzaretti, diventa un’occasione per valorizzare collaborazioni esistenti, incontrare università, startup e distretti tecnologici, e individuare nuove sinergie tra ecosistemi regionali italiani e svizzeri e sottolineare l’importanza dello scambio professionale e umano.
Resta infine la questione della responsabilità. In un’epoca di digitalizzazione accelerata, come garantire che l’innovazione sia etica e inclusiva?
La Svizzera affronta il tema su più livelli: anticipazione strategica con GESDA sulle implicazioni delle tecnologie emergenti; linee guida sull’AI responsabile sviluppate nei politecnici; forte integrazione tra ricerca, regolazione e settore privato in ambiti sensibili come la biomedicina. In un mondo attraversato da tensioni, la diplomazia scientifica non è un elemento accessorio, ma una strategia di resilienza. Trasforma la pressione in opportunità, la competizione in cooperazione qualificata, la frammentazione in dialogo strutturato. Così come in natura l’adattamento genera evoluzione, nella società la conoscenza condivisa genera evoluzione. Ed è proprio in questo spazio – tra tensione e trasformazione – che Svizzera e Italia possono continuare a costruire insieme il futuro dell’innovazione europea.