La Svizzera. Tensioni del presente, sfide del domani 10 Aprile 2026

SINERGIE EVOLUTIVE. INNOVAZIONE, FINANZA E INDUSTRIA

Intervista al Sen. Claudio Barbaro, Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica del Governo italiano


Nel contesto dell’Accordo di Parigi, quali leve operative – come investimenti in tecnologie pulite, partnership pubblico-private e strumenti di finanza sostenibile – dovrebbero per Lei essere prioritarie per le imprese affinché la transizione climatica diventi fattore di competitività e stabilità?

Nel contesto dell’Accordo di Parigi, la transizione climatica può diventare un fattore di competitività solo se le imprese vengono messe nelle condizioni di trasformare gli obiettivi ambientali in opportunità industriali. A mio avviso, le leve prioritarie sono tre: innovazione tecnologica, infrastrutture energetiche moderne e finanza orientata agli investimenti industriali 

La prima leva è l’innovazione tecnologica. Rinnovabili, sistemi di accumulo, efficienza energetica, idrogeno rinnovabile, digitalizzazione delle reti: sono tecnologie che non solo riducono le emissioni, ma migliorano la produttività e la resilienza delle imprese. Chi investe oggi in soluzioni pulite si posiziona nelle filiere globali che cresceranno di più nei prossimi decenni. Il nostro compito è favorire questa innovazione, semplificando i processi autorizzativi e sostenendo la ricerca industriale.

La seconda leva riguarda lo sviluppo di infrastrutture energetiche moderne. La transizione richiede reti elettriche più robuste, capacità di accumulo diffusa, impianti per biometano e idrogeno, comunità energetiche e una logistica energetica più efficiente. Sono investimenti che nessun attore può sostenere da solo. Per questo le partnership pubblico‑private diventano decisive: permettono di condividere rischi, mobilitare capitali e garantire che le imprese possano investire senza perdere competitività. È qui che sostenibilità e crescita economica si rafforzano a vicenda.

La terza leva è la finanza sostenibile orientata all’industria. Le imprese che integrano obiettivi ambientali credibili nei propri piani industriali ottengono condizioni migliori e attraggono investitori. Il governo deve assicurare un quadro regolatorio stabile e trasparente, che premi chi investe davvero nella transizione e scoraggi il greenwashing. In questo percorso, la stabilità delle politiche pubbliche è cruciale. Il Governo italiano – oggi il più longevo nella storia della Repubblica – sta lavorando proprio in questa direzione.

In sintesi, la transizione climatica diventa un vantaggio competitivo quando innovazione, infrastrutture e finanza si muovono insieme, dentro un quadro politico stabile. È così che l’Italia può contribuire agli obiettivi dell’Accordo di Parigi e, allo stesso tempo, rafforzare la propria economia.

Lasciatemi però concludere, facendo una precisazione che ritengo doverosa a livello terminologico. Non sono un amante dell’espressione transizione ecologica, e per analogismo non mi piace neppure parlare di transizione energetica o climatica. Perché sottolineo questo aspetto? 

Nel rispetto dei ruoli di ogni Istituzione e della convinzione dei modi migliori attraverso cui ciascuno di noi intende approcciarsi alla materia, va sottolineato che c’è stato un cambio di paradigma nel Governo nel modo di approcciarsi alle materie ambientali (in particolare, rispetto al legame che si deve necessariamente creare tra queste materie e il rapporto con la cittadinanza) e “transizione climatica”, “transizione ecologica” sono certamente belle espressioni ma di difficile comprensione. Del resto la materia ambientale – posso parlare per esperienza – non è semplice. È una materia complessa che interseca settori articolati e per affrontarla occorre essere chiari e comunicare con semplicità le buone pratiche necessarie a soddisfare i bisogni della società moderna, pur nel rispetto dell’ambiente in tutte le sue sfaccettature. 


In linea con gli impegni discussi alla COP30, la Climate Finance emerge come uno snodo dell’azione climatica internazionale. Quali criteri dovrebbero guidare in futuro l’allocazione di risorse per garantire impatti reali e rafforzare la fiducia dei Paesi in via di sviluppo nei negoziati globali?

Alla luce degli impegni discussi alla COP30, è evidente che la Climate Finance rappresenta uno snodo decisivo dell’azione climatica internazionale. Per rafforzare la fiducia reciproca tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, l’allocazione delle risorse dovrà essere guidata da criteri molto chiari. Sicuramente, è importante garantire che i progetti siano efficaci. Le risorse devono andare a iniziative capaci di generare impatti misurabili: riduzione delle emissioni, miglioramento dell’efficienza energetica, sviluppo di filiere locali, creazione di occupazione qualificata. Non possiamo permetterci interventi simbolici; servono progetti che trasformino davvero i sistemi energetici e produttivi. Il Piano Mattei ne è una dimostrazione.

Il secondo criterio è la trasparenza nell’uso dei fondi. La credibilità della finanza climatica dipende dalla capacità di tracciare come vengono impiegate le risorse, quali risultati producono e quali benefici portano alle comunità locali. La trasparenza è un elemento essenziale per ricostruire la fiducia dei Paesi più vulnerabili, che spesso hanno percepito un divario tra gli impegni annunciati e quelli effettivamente realizzati. 

Il terzo criterio riguarda la capacità di mobilitare capitali privati. In questo contesto, l’Italia sta promuovendo un approccio molto pragmatico, fondato su cooperazione energetica e climatica. Attraverso strumenti come il Piano Mattei, i programmi di cooperazione allo sviluppo e le iniziative multilaterali, stiamo cercando di sostenere progetti concreti, capaci di generare benefici immediati e duraturi. L’auspicio è che gli investimenti in attività sostenibili in tutti i settori non siano solo una  risposta alla crisi climatica, ma anche un motore di sviluppo economico e di stabilità geopolitica, soprattutto nel Mediterraneo allargato e in Africa. Solo con criteri chiari, trasparenza e una cooperazione internazionale basata sulla fiducia potremo costruire una finanza climatica all’altezza delle sfide globali. Devo dire, con grande soddisfazione, che quando mi trovo all’estero in missione istituzionale a rappresentare l’Italia, raccolgo sempre feedback molto positivi e il desiderio dei rappresentanti degli altri Paesi di potersi avvalere proprio della nostra expertise in via prioritaria.

Guardando al futuro della governance climatica globale, quale ruolo potrebbero giocare Paesi come la Svizzera – esterni all’UE ma centrali dal punto di vista finanziario e diplomatico – nel favorire il dialogo tra Nord e Sud del mondo e nel contribuire a una gestione cooperativa delle sfide ambientali?

Guardando al futuro della governance climatica globale, Paesi come la Svizzera possono svolgere un ruolo particolarmente prezioso. Pur essendo esterni all’Unione europea, restano centrali dal punto di vista finanziario e diplomatico, e questo li rende attori ideali per favorire il dialogo tra Nord e Sud del mondo. 

Innanzitutto, la Svizzera può agire come un vero e proprio “Paese ponte”. La sua posizione di neutralità, unita a una lunga tradizione di diplomazia multilaterale, le consente di dialogare con una vasta gamma di attori internazionali e di facilitare compromessi nei negoziati climatici. 

In un contesto geopolitico sempre più frammentato, la capacità di creare spazi di confronto costruttivo è un valore strategico. In secondo luogo, la Svizzera dispone di un ecosistema finanziario e tecnologico tra i più avanzati al mondo. Le sue istituzioni bancarie e i suoi centri di innovazione possono contribuire in modo significativo alla finanza climatica, mobilitando capitali privati e sviluppando strumenti finanziari sofisticati per sostenere progetti di mitigazione e adattamento nei Paesi in via di sviluppo. È un contributo essenziale per colmare il divario tra impegni annunciati e risorse effettivamente disponibili.

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