Intervista a Katrin Schneeberger, Direttrice Ufficio Federale dell’Ambiente (UFAM)
Iniziamo con l’attualità. Ad inizio marzo il 70,7% dei votanti ha respinto l’“Iniziativa per un fondo per il clima” che chiedeva alla Confederazione di destinare più mezzi alla lotta contro i cambiamenti climatici. Stessa sorte era toccata, nel febbraio 2025, all’iniziativa “Per un’economia responsabile entro i limiti del pianeta” che voleva rendere più verdi le attività economiche. Insomma, in Svizzera l’economia prevale sull’ambiente?
Al contrario, direi che in Svizzera prevalgono soluzioni a sostegno dell’economia e dell’ambiente. La Confederazione è consapevole che la protezione del clima richiede interventi mirati e sostegni finanziari. Tuttavia, le iniziative citate proponevano soluzioni che avrebbero imposto ulteriori vincoli e restrizioni, con ricadute negative anche sull’economia. Non è questa la strada da percorrere. Al contrario: l’esperienza dimostra che l’elaborazione di politiche climatiche efficaci, sostenibili nel tempo e soprattutto condivise da un’ampia maggioranza, richiede pragmatismo, gradualità e il coinvolgimento di tutti gli attori interessati. Solo così è possibile considerare in modo equilibrato i diversi obiettivi, siano essi ambientali o economici.
In questo senso la Confederazione e i Cantoni attuano già oggi una politica climatica ed energetica solida ed equilibrata. Una politica che combina un mix di misure tra sovvenzioni, incentivi e prescrizioni mirate con l’obiettivo di ridurre le emissioni laddove vengono effettivamente prodotte. Sia nelle economie domestiche che nelle imprese. In tal senso, con la revisione della legge sulla CO2 è stato istituito il programma di promozione Adapt+. Questo sostiene misure e progetti volti a ridurre i rischi legati ai cambiamenti climatici, affiancando Cantoni, Comuni, Regioni, associazioni e imprese che adottano soluzioni lungimiranti. È questa la via che la Svizzera ha scelto di percorrere: un approccio che unisce protezione del clima e solidità economica
Perché oggi è così importante investire in strategie e politiche di adattamento?
Il cambiamento climatico non è una prospettiva futura: è già qui. Penso, ad esempio, all’aumento della frequenza e dell’intensità di eventi estremi come ondate di calore, periodi di siccità, precipitazioni intense, frane e alluvioni che colpiscono territori, infrastrutture e comunità. Non si tratta di fare allarmismi o catastrofismi. Bensì di rendersi conto di come – in Svizzera come in Italia – il cambiamento climatico stia causando danni, rendendo il territorio più fragile, con conseguenze anche sul piano economico. Investire oggi in strategie e misure concrete di adattamento significa agire in modo responsabile e lungimirante. Vuol dire ridurre i rischi prima che si trasformino in costi elevati, proteggere le persone e le infrastrutture, rafforzare la resilienza dei territori e garantire una maggiore sicurezza per le generazioni future. Ogni franco investito nella prevenzione e nell’adattamento consente di evitare danni più ingenti domani.
Concretamente?
In quanto Paese alpino la Svizzera è particolarmente esposta agli effetti dei cambiamenti climatici. Le immagini della frana in Vallese che, nel maggio 2025, ha distrutto il paese di Blatten causando danni per oltre 320 milioni di franchi, sono ancora ben presenti nella memoria collettiva. Ma il cambiamento climatico ha lasciato segni evidenti anche in Italia: basti pensare all’allarme siccità registrato al Sud o agli allagamenti e alle precipitazioni intense che hanno colpito il Nord Italia l’anno scorso. Eventi estremi che ci toccano da vicino e che – tra danni diretti, ripercussioni economiche e costi per la ricostruzione – presentano un conto sempre più salato. Ambiente ed economia non possono più essere considerati alla stregua di due ambiti separati. In questo contesto, Svizzera e Italia hanno molto in comune.
Entrambi i nostri Paesi dispongono di un capitale naturale straordinario, fatto di parchi, laghi e montagne, che rappresenta un importante fattore di attrattività turistica e di benessere economico. Allo stesso tempo, siamo chiamati ad affrontare sfide comuni: l’impatto dei cambiamenti climatici sulla produttività agricola, le ripercussioni sulla salute dovute all’inquinamento atmosferico da polveri fini, la necessità di promuovere l’innovazione sostenibile e una gestione sempre più attenta delle limitate risorse idriche, in particolare dei bacini alpini. Sono solo alcuni esempi. Il messaggio che vorrei trasmettere è semplice: se cambia il clima, devono evolvere anche l’economia e le politiche ambientali.
In questo contesto, nel 2024 l’UFAM ha adottato la “Strategia2030”, che definisce i principali campi d’azione sui quali l’Ufficio intende concentrarsi nei prossimi anni per raggiungere gli obiettivi ambientali. Tra i pilastri vi è anche il sostegno allo sviluppo dell’economia circolare. Come siamo messi in Svizzera?
Le PMI svolgono un ruolo chiave nella transizione verso un’economia circolare, poiché rappresentano oltre il 99% delle imprese in Svizzera. Queste sono però chiamate ad affrontare sfide importanti come la crescente scarsità di risorse naturali e la pressione a ridurre il proprio impatto ambientale. In risposta a queste sfide, un numero crescente di imprese si è già dotato di obiettivi climatici ambiziosi. Lo studio Statusbericht Kreislaufwirtschaft 2024 | BFH dimostra che le PMI possono conciliare buone prestazioni ambientali ed efficienza economica grazie all’adozione di modelli di business circolari. Questi risultati confermano analisi precedenti e rappresentano un segnale molto incoraggiante.
Allo stesso tempo, lo studio mette altresì in luce un potenziale ancora ampiamente inutilizzato: se il 27% delle aziende integra già elementi di circolarità nel proprio modello di business, solo il 10% applica pratiche circolari a un livello avanzato. Anche sul fronte degli investimenti, i progressi restano insufficienti. Questo dimostra che la dinamica è avviata, ma che il margine di sviluppo e di miglioramento rimane significativo.
Cosa fare dunque per spronare ulteriormente le aziende?
Di fronte allo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali e alle crescenti sfide legate alla sicurezza dell’approvvigionamento, l’economia circolare rappresenta una risposta efficace e promettente. Prolungando la durata di vita di prodotti e materiali, essa riduce la pressione sulle risorse, limita le dipendenze dall’estero in un contesto geopolitico incerto e, al tempo stesso, stimola l’innovazione.
Settori come l’industria tessile, la moda o l’edilizia possono trarre benefici particolarmente significativi dall’adozione di modelli circolari, grazie a nuovi processi produttivi, materiali innovativi e servizi a maggiore valore aggiunto. Nel settore dell’edilizia, ad esempio, i materiali rappresentano circa il 10% dell’impronta di gas serra della Svizzera. Esiste dunque un grande potenziale per progettare e realizzare edifici non solo efficienti dal punto di vista energetico, ma anche da quello delle risorse.
Qual è il ruolo dello Stato?
Per spronare le aziende è fondamentale creare condizioni quadro favorevoli. Vale a dire strumenti di incentivazione mirati, chiarezza normativa, accesso a competenze e accompagnamento nella fase di transizione. In questo modo, l’economia circolare non viene percepita come un onere aggiuntivo, bensì come un’opportunità concreta di sviluppo.