La Svizzera. Tensioni del presente, sfide del domani 10 Aprile 2026

L’OGGI, QUESTO SCONOSCIUTO: OPPORTUNITÀ PER LE IMPRESE

Di Francesco Longo, Professore associato del Dipartimento di Social and Political Sciences dell’Università Bocconi


Le trasformazioni più profonde della società europea sono già avvenute, ma restano in gran parte fuori dal dibattito pubblico. Demografia, solitudine e crescente iniquità stanno modificando in modo strutturale le società e i loro correlati sistemi di welfare e, di conseguenza, lo scenario in cui operano le imprese. 

La difficoltà non è tanto tecnica quanto culturale: riconoscere problemi che non sono risolvibili, ma solo mitigabili. Il dato demografico è il primo elemento di rottura. In Italia i pensionati hanno ormai superato di gran lunga i bambini, con un rapporto di 1,6 lavoratori ogni pensionato, destinato a scendere fino a un rapporto uno a uno entro il 2050 (un solo lavoratore per ogni pensionato). Un equilibrio che rende strutturalmente insostenibile il sistema previdenziale, e che obbliga lo Stato a integrare ogni anno la spesa pensionistica con ingenti risorse della fiscalità generale. Il risultato è una competizione crescente nel perimetro delle risorse pubbliche tra pensioni, sanità, scuola e trasporti, per una coperta di welfare sempre più corta.

In questo contesto, l’universalismo dichiarato entra in contraddizione con la realtà. I servizi non vengono più garantiti a tutti nello stesso modo, ma razionati implicitamente. E quando il razionamento non è governato da criteri espliciti di priorità, a prevalere sono i gruppi sociali più forti. Accade nella scuola, dove i licei concentrano le migliori risorse mentre gli istituti professionali registrano abbandono e fragilità; nei trasporti, con investimenti che favoriscono l’alta velocità più dei pendolari; nella sanità, dove una quota crescente di prestazioni è a pagamento e l’accesso dipende dalla capacità di orientarsi tra pubblico e privato. 

A questa dinamica si somma una seconda trasformazione strutturale: la solitudine. Oltre un terzo delle famiglie italiane è composto da una sola persona, percentuale che nelle grandi città supera la metà. Tuttavia, il nostro welfare resta fondato su un modello familistico che presuppone reti di supporto ormai indebolite. La gestione della non autosufficienza grava quasi esclusivamente sul nucleo familiare, in un Paese in cui gli anziani non autosufficienti sono 4 milioni, coinvolgendo 8 milioni di caregiver familiari e oltre un milione di badanti.

Questo scenario ridefinisce il perimetro delle opportunità economiche. Si aprono mercati rilevanti per le imprese: il segreto del successo nei prossimi anni non risiederà nella produzione di massa, ma nella capacità delle aziende di farsi interpreti di bisogni che lo Stato non riesce più a intercettare completamente.

Il primo grande mercato è quello della silver economy: gli anziani over 65 rappresentano oggi il 25% della popolazione, costituendo la fascia più patrimonializzata, proprietaria di immobili e, soprattutto, alla ricerca di consumi nuovi che diano loro “senso”. Esiste un’urgenza creativa nel progettare prodotti o servizi che non siano meri elettrodomestici di necessità, ma strumenti di intrattenimento e socialità per una fase della vita che reclama qualità e partecipazione. Eppure, il mercato italiano appare ancora timido, quasi impaurito nel comunicare con loro. Se in Germania o in Svizzera la pubblicità celebra l’anziano come consumatore attivo, in Italia persistiamo in uno storytelling che lo ignora, temendo che messaggi legati alla silver economy risultino commercialmente inefficaci se non addirittura dannosi. 

Emerge poi la rivoluzione dei singoli. In metropoli come Milano, dove il 58% delle famiglie è fatta da una sola persona, il modello abitativo tradizionale sta collassando sotto il peso dell’inefficienza economica del vivere da soli e del consumo di suolo. Il mercato del Real Estate sta già indicando la via: la marginalità più alta nell’industria immobiliare si sposta verso il co-living e il co-working. L’opportunità per le imprese risiede nel superare l’isolamento dell’abitare da solo, offrendo “nuove formule dell’abitare”, soluzioni dove la sfera privata si integra con servizi collettivi di alto livello – dai ristoranti interni alle sale cinematografiche condivise, al salone per le feste che posso affittare quando arrivano gli amici.

Questo mutamento investe anche il settore dei viaggi, con pacchetti vacanze tailor-made per single, e il settore alimentare, dove il ready-to-eat di qualità diventa una risposta strutturale a stili di vita che non prevedono più la cucina familiare tradizionale. Il terzo grande mercato da considerare riguarda i nuovi gap emergenti del welfare. Oggi l’Italia conta 4 milioni di non autosufficienti privi di servizi pubblici adeguati, un mercato che vale 25 miliardi, e sopravvive grazie a un milione di lavoratori informali e 8 milioni di caregiver per i quali non riusciamo a creare un’industria. 

Infine, non possiamo ignorare la tensione legata al capitale umano. Le imprese hanno fame di manodopera giovane, ma il nostro sistema scolastico, ancorato al modello disegnato da Gentile nel 1923, non funziona più e incredibilmente genera abbandono scolastico (20%) piuttosto che attrazione. Quando la scuola fallisce nell’essere contemporanea, l’impresa deve trasformarsi in accademia. L’esperienza virtuosa degli ITS (Istituti Tecnici Superiori), dove la formazione si svolge per il 50% in azienda, è la dimostrazione che l’integrazione tra impresa e università funziona: dirigenti che salgono in cattedra e ragazzi che imparano sul campo il marketing digitale o la produzione avanzata. 

In conclusione, il riequilibrio tra bisogni, risorse e priorità appare la sfida più urgente per le imprese, chiamate a una profonda assunzione di responsabilità sociale. Comprendere i bisogni dei “soli”, degli anziani e dei giovani significa non solo garantire la tenuta del sistema, ma scoprire i motori di una nuova, sostenibile prosperità.

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