Di Francesco D’Isa, Filosofo, Artista, Docente
La diffidenza che accoglie le opere generate tramite intelligenza artificiale ricalca con sorprendente fedeltà le inquietudini ottocentesche suscitate dall’avvento della fotografia. All’epoca si sosteneva che l’intervento meccanico esautorasse l’artista e riducesse l’atto creativo a mera registrazione tecnica; oggi assistiamo a una dinamica identica, in cui il prompt viene sminuito rispetto alla pennellata o allo scatto, quasi che una (presupposta) facilità di esecuzione implichi l’assenza di originalità o visione.
Sappiamo che scattare una fotografia è facile, mentre produrne una buona è molto difficile – bene, vale lo stesso per l’intelligenza artificiale, sebbene per ora lo sappia solo chi la usa professionalmente. Chi definisce i parametri, plasma il prompt, sceglie le iterazioni, corregge le varianti e seleziona il risultato finale, esercita una piena funzione autoriale; l’autore dialoga con la macchina e ne orienta il potenziale statistico verso un esito specifico.
Ritenere che l’automazione cancelli l’autore significa ignorare come ogni prassi creativa sia da sempre mediata dalla tecnologia; il fotografo non cattura la luce in autonomia, ma impiega lenti, sensori e strumenti di post-produzione che definiscono l’immagine al posto suo. Anche pennello e pigmenti sono un potenziamento e un’estensione delle capacità del pittore, che senza di essi non potrebbe realizzare il dipinto.
Lo scrittore usa una complessa tecnologia, il linguaggio, un sistema che preesiste al suo pensiero e lo modella mentre lo esprime.
Riconoscere l’autorialità nell’era dell’AI impone di accettare che la creatività è sempre un processo distribuito. Nessuno crea nel vuoto. Ogni opera nasce da una collaborazione costante tra l’intenzione umana e i vincoli o le possibilità offerte dagli strumenti utilizzati. L’intelligenza artificiale rende solo più evidente ed estrema questa condizione di dipendenza e collaborazione tra mente e supporto. L’idea dell’autore come genio isolato che genera dal nulla è un mito romantico, storicamente situato, smentito dalla storia dell’arte, che procede per aggregazioni, rimescolamenti, influenze e plagi.
Questa consapevolezza si scontra con l’attuale impalcatura legale del diritto d’autore. Le norme che regolano la proprietà intellettuale sono convenzioni economiche e non riflettono alcuna verità ontologica sull’origine delle idee, come credono alcuni. Le attuali e future giurisdizioni dovrebbero puntare di conseguenza a massimizzare due obiettivi apparentemente distanti: la protezione economica di chi crea e la libera circolazione della cultura. L’attuale sistema fallisce in entrambi i compiti, poiché tutela le grandi rendite di posizione e frena l’innovazione e la diffusione del sapere.
L’obiettivo etico e politico per il futuro dunque non dovrebbe essere proteggere un’integrità immaginaria dell’operato artistico, bensì garantire che gli esseri umani possano continuare a creare e vivere del proprio lavoro in un ecosistema in cui le macchine svolgono il ruolo di amplificatori cognitivi.