Intervista a Valerio Jalongo, Regista, Sceneggiatore e Produttore cinematografico italo-svizzero
Lei è da sempre una voce molto attiva nel dibattito sul futuro del settore cinematografico e sulla sua capacità di leggere il contemporaneo. Guardando alla produzione più recente, ritiene che il documentario sia oggi il genere che meglio di altri riesce a farsi “specchio del reale”, mappando le tensioni della nostra epoca?
Da cofondatore delle Giornate degli Autori al Festival del Cinema di Venezia, credo nella necessità di momenti di confronto anche tra noi cineasti, non solo con il pubblico. I festival, come la Mostra di Venezia, offrono il privilegio di vedere film assenti dai circuiti mainstream, televisivi o streaming.
Riguardo al documentario, noto una profonda differenza tra Italia e Svizzera. In Italia viene ancora percepito come un genere televisivo o divulgativo. Al contrario, il documentario è uno strumento potente per narrare la complessità del presente e i contesti più controversi. Il documentario creativo si è dimostrato capace di esplorare per esempio il confine tra finzione e documentario, affrontando questioni sociali e generazionali con un’analisi molto più diversificata rispetto alla produzione non documentaristica.
L’intelligenza artificiale sta ridefinendo il linguaggio audiovisivo: nel suo ultimo film, “Wider than the Sky”, Lei esplora i confini della mente umana e le nuove frontiere delle neuroscienze. In un momento di forti tensioni etiche legate all’avvento dell’IA nel cinema, ritiene che un Festival come la Mostra del Cinema di Venezia possa porsi non solo come vetrina estetica, ma come “laboratorio critico” per difendere l’identità europea?
Il mio film sta facendo il giro del mondo e ha trovato una sua visibilità grazie al Festival Visions du Réel e al Festival di Roma. Credo che il Festival di Venezia dovrebbe riservare maggiore spazio al documentario proprio per la centralità che ha assunto come linguaggio del presente, forse con scelte anche più coraggiose dal punto di vista politico, dando visibilità a produzioni indipendenti che altrimenti faticano a trovare spazio sui grandi broadcaster o sulle piattaforme internazionali.
Lei è cittadino di entrambi i Paesi, e vive e lavora tra la realtà italiana e quella elvetica. Il Festival di Locarno è spesso definito un “laboratorio” di ricerca e innovazione cinematografica. In che modo si distingue rispetto ad altri grandi festival internazionali?
Guardando alla produzione documentaristica, la Svizzera riconosce al documentario uno status importante, permettendo di lavorare meglio e più a lungo su un film.
Questo rende il documentario un laboratorio culturale e di ricerca per affrontare questioni complesse. Ad esempio, il mio film “L’acqua, l’insegna la sete”, girato in 15 anni seguendo l’evoluzione di una classe, sarebbe stato impossibile senza una coproduzione svizzera.
Apprezzo la storia di Locarno perché non è un festival da “tappeto rosso”, ma un laboratorio di ricerca per lavori innovativi, antagonisti al mainstream. Nonostante la recente pressione commerciale, credo che il Festival possa ritrovare la sua anima e tornare a essere un punto di riferimento per il cinema indipendente.
Oltre a Locarno, quali altri spazi o iniziative ritiene cruciali per la promozione del cinema svizzero nel mondo?
Le esperienze con i miei film, diffusi nel mondo anche da ambasciate e istituzioni culturali, dimostrano che si può creare una rete alternativa per i film di qualità raggiungendo un pubblico internazionale e valorizzando opere altrimenti invisibili. Questo è il ruolo dei festival: creare reti di conoscenza, dare spazio alla ricerca artistica e favorire una distribuzione culturale alternativa alle grandi piattaforme.