Intervista a Leonardo Di Costanzo, Regista del film “Elisa” (produzione italo-svizzera)
“Elisa” racconta un viaggio emotivo e geografico importante. Come nasce l’idea del film e cosa l’ha spinto a esplorare questa storia in particolare?
Da tempo mi concentro sul tema della colpa e del risarcimento – tema con cui l’uomo si confronta da sempre – ma finora ne avevo analizzato solo le ricadute sociali. Grazie ad Adolfo Ceretti, ho approfondito le trascrizioni di dieci incontri che lui e Lorenzo Natali, entrambi criminologi, avevano avuto con una donna che aveva ucciso la sorella.
L’obiettivo era ripercorrere quel passato che la donna sosteneva di non ricordare, per capire come si fosse arrivati a un atto tanto orribile. Ho deciso di affrontare la questione perché spesso liquidiamo tali eventi come “pazzia” per allontanarli da noi; la mia motivazione è stata invece quella di attraversare e comprendere questo fatto.
Il film attraversa fisicamente e simbolicamente il confine Italia-Svizzera. Cosa rappresenta per lei questa frontiera, oggi? È ancora una linea di separazione o è diventata un ponte?
Il film doveva essere ambientato in Europa centrale per raccontare una visione umanista fondata sulla libertà, oltre il nazionalismo. Ho voluto un ambiente in cui convivono etnie e lingue diverse: la Svizzera diventa così metafora del progetto. In quanto centro simbolico del continente, essa rappresenta l’immagine di un’evoluzione liberale e avanzata in cui immaginare determinate modalità di trattamento della colpa.
Collaborazioni culturali tra Italia e Svizzera hanno dato vita a molte produzioni negli ultimi anni. “Elisa” dialoga con questa dimensione? Come vede il futuro della coproduzione e dello scambio artistico tra i due Paesi?
Ho iniziato i miei film in Svizzera trovando ascolto in Amka Films. Sono profondamente riconoscente a Tiziana Soudani per l’attenzione riservata al mio lavoro e mi auguro che i rapporti di coproduzione tra i due paesi si intensifichino. In un momento di ritorno al particolarismo, dove i confini sembrano rialzarsi come muri, spero che il progetto funzioni e che la collaborazione continui.
Quali sono i fattori che rendono un prodotto di fiction come “Elisa” uno specchio del reale?
Penso che “Elisa” punti piuttosto a intercettare qualcosa di profondamente umano, lavorando più sull’interiorità dei personaggi che sul realismo delle condizioni sociali in cui è maturato il delitto. Il film lavora sulle zone d’ombra. Ed è proprio in quelle zone, che si nasconde una verità più profonda. Quando uno spettatore riconosce un dubbio, una fragilità, una rimozione che sente propria, allora il film diventa specchio.
“Elisa” parte da un caso estremo, ma non è l’eccezionalità dell’evento a interessarmi: è il movimento interiore, il tentativo di ricordare, di assumersi una responsabilità, di dare un nome alla colpa. Questo riguarda tutti, anche se in forme molto diverse. Non mi interessa offrire risposte o giudizi, ma creare uno spazio in cui chi guarda possa interrogarsi. Se “Elisa” riesce a far nascere una domanda – su cosa significhi ricordare, perdonare, convivere con la colpa – allora diventa inevitabilmente un frammento di realtà condivisa.