Intervista a Donatella Sciuto, Rettrice del Politecnico di Milano
Qual è il ruolo della formazione universitaria nel creare un ecosistema favorevole all’innovazione e alle start-up?
L’università è un attore chiave nell’ecosistema dell’innovazione: non solo trasmette solide competenze di base, fondamentali in contesti tecnologici come il nostro, ma crea ambienti dove studenti, ricercatori e imprese collaborano per generare nuove idee e soluzioni. Attraverso corsi multidisciplinari, attività di laboratorio e grazie a una dimensione internazionale, i nostri studenti sviluppano un approccio trasversale, determinante nell’affrontare le sfide dell’imprenditorialità deep tech, altamente competitiva. Tuttavia, il passo decisivo è quello di creare dei veri e propri distretti di innovazione in sinergia con le imprese, come quello che abbiamo in cantiere nel campus di Bovisa, per attrarre capitali e idee. Un circolo virtuoso al quale puntiamo con TEF – Tech Europe Foundation.
Quali sono gli ingredienti chiave affinché la ricerca si trasformi in soluzioni pratiche e applicabili sul mercato e in start-up scalabili?
Premetto che la ricerca in Italia e in Europa è ottima. L’Europa ha una quota di pubblicazioni scientifiche pari agli USA (18% UE vs 13% USA), ma solo un terzo dei brevetti viene sfruttato commercialmente e solo l’8% degli unicorni ha sede nell’Unione (vs 66% USA e 26% Cina). Perché la ricerca si traduca in soluzioni pratiche e start-up scalabili servono strutture adeguate, come dicevamo prima. Serve poi una formazione imprenditoriale mirata che crei una cultura imprenditoriale votata al rischio, come quella che stiamo attivando al Politecnico con iniziative come TEF Ignition, rivolta sia ai nostri studenti che a quelli di Bocconi. Servono, in ultimo, reti di mentor e di finanziatori e, non trascurabile, una forte sinergia tra pubblico e privato, due mondi che spesso viaggiano su canali paralleli, ma che qui trovano forti interessi in comune.
Dove vede oggi i maggiori colli di bottiglia?
I principali ostacoli sono noti, dalla frammentazione delle iniziative all’eccesso di burocrazia; dalla difficoltà di reperire finanziamenti, soprattutto nella fase di scale-up, alla mancanza di incentivi e di sgravi fiscali. Le banche che chiudono i crediti a chi fallisce non aiutano. La tendenza al risparmio piuttosto che all’investimento non ci agevola… e potrei andare avanti ancora. Ciò detto, la cultura italiana poco propensa al rischio, che invita alla cautela, è il principale fattore disincentivante. È necessario promuovere una mentalità che valorizzi la sperimentazione e la gestione dell’errore come parte integrante del percorso di crescita delle nuove generazioni.
Nelle start-up e nelle iniziative imprenditoriali il fallimento è parte del percorso. Come si può integrare questa idea nei percorsi universitari, dove storicamente si premia solo l’eccellenza “senza errori”?
L’eccellenza senza errori non esiste. Io sono una donna di scienza e non posso sposare l’idea che si arrivi al risultato al primo tentativo. Si procede sempre per errori. Il fallimento è parte integrante di ogni scoperta e lo è ancora di più all’interno di percorsi imprenditoriali, dove sono in gioco molteplici interessi. Noi stiamo lavorando parecchio su questo aspetto, sia in aula che con strumenti di comunicazione a supporto come il podcast “Sull’errore”, ma non è facile sradicare quello che si è sedimentato nel tempo.
Quali trend innovativi emergeranno nei prossimi anni e offriranno le maggiori opportunità di crescita per start-up e imprese?
Nei prossimi anni, i trend più promettenti saranno ovviamente legati all’intelligenza artificiale, sempre più integrata nei processi produttivi e nei servizi, così come la sostenibilità ambientale e le tecnologie green, più di altre tendenze. Lo vediamo anche sul fronte del mercato del lavoro che va esattamente in questa direzione. Tuttavia, la situazione è dettata da un ritmo esponenziale che rende difficile fare previsioni a lungo termine. Quello che conta, dal punto di vista universitario, è quello di formare non solo professionisti, ma lavoratori e imprenditori capaci di affrontare l’incertezza e di guidare il cambiamento. Solo valorizzando creatività, collaborazione e gestione del rischio possiamo porre le basi di un sistema realmente favorevole all’innovazione e alla crescita economica. Ricordiamoci che la tecnologia è e rimane un mezzo e non un fine.