Intervista a Maria Grazia Mattei, Founder e Presidente MEET Digital Culture Center
Nel confronto con l’intelligenza artificiale emergono conflitti etici e politici, come quelli legati al potere dei dati, alla sostenibilità e all’inclusione. In che modo l’arte può rendere visibili queste tensioni e trasformarle in consapevolezza collettiva?
L’intelligenza artificiale non ha inventato queste tensioni: le ha portate a un punto di saturazione visibile. Il potere dei dati, la sostenibilità energetica, l’inclusione – sono questioni che attraversano tutta la digitalizzazione, ma con l’AI diventano impossibili da ignorare. I dati sono la nostra identità, eppure continuiamo a cederli senza rendercene conto. I bias algoritmici perpetuano esclusioni sistemiche che la maggior parte degli utenti non vede mai.
L’arte interviene esattamente qui: traduce l’invisibile in esperienza percettiva diretta. Un’installazione che materializza il consumo energetico di un modello linguistico, o che rende visibili i pregiudizi nascosti in un dataset, produce una consapevolezza che nessun paper scientifico riesce a generare con la stessa intensità. Non perché l’arte sia superiore alla scienza, ma perché agisce su un piano emotivo e immediato – entra dentro questi nodi e restituisce forme comunicative che smuovono la curiosità prima ancora di stimolare la riflessione critica.
C’è poi una dimensione che trovo fondamentale: quando il pubblico sperimenta in prima persona, si crea una literacy. Non passiva, non didattica, una comprensione che nasce dall’essere dentro l’opera, dal diventarne parte. Se vogliamo costruire cittadinanza digitale consapevole, l’arte è uno degli strumenti più potenti che abbiamo.
Il concetto di “other intelligences” apre a una visione che va oltre l’intelligenza artificiale, includendo sistemi biologici, collettivi e non umani. In che modo l’arte digitale può aiutarci a ripensare il nostro rapporto con le AI e con l’idea stessa di autorialità?
L’AI va inclusa fra le altre intelligenze non umane, e questa non è una provocazione, è una presa d’atto. I funghi ci dicono da decenni che l’intelligenza non è prerogativa umana. L’AI ci dice che esiste ora una nuova forma di intelligenza che apprende, migliora le sue prestazioni e si avvia verso capacità creative reali. Non sappiamo ancora come si riorganizzerà il sistema sociale attorno a questo. Ma guardare solo quello che l’AI è adesso è un errore: bisogna proiettarsi, come fanno gli artisti che con queste frontiere già si misurano.
È già successo con la computer grafica, da macchina a estensione dell’immaginazione umana, fino a diventare linguaggio, come aveva capito John Maeda molto prima degli altri. Con l’AI il processo è diverso e più radicale: l’uomo non è più l’unica intelligenza nel campo. E questo ridefinisce l’autorialità in modo irreversibile.
Io non vedo una minaccia, vedo un’ibridazione. La figura del singolo artista-genio è già tramontata, il lavoro creativo è sempre più collettivo, fatto di team, di relazioni, di processi distribuiti. L’alleanza con l’AI è un passo ulteriore in questa direzione. Parlerei di co-creazione, forse di simbiosi. Le opere del futuro saranno relazioni fra contenuti, spazi, intelligenze. Dobbiamo smettere di trattare l’AI come uno strumento: è già qualcosa d’altro.
L’arte digitale che dialoga con le “other intelligences” nasce in uno spazio di tensione: tra controllo e autonomia, creatività e automazione, fascinazione e timore. Quali sono le tensioni più urgenti che oggi artisti e istituzioni culturali devono affrontare?
Le tensioni urgenti sono tre, e per ora vanno abitate più che risolte. La prima riguarda il potere. Gli strumenti di AI generativa sembrano democratici: chiunque abbia una connessione può usarli. Ma l’infrastruttura computazionale sottostante è controllata da pochissime corporation. Artisti e istituzioni hanno la responsabilità di non occultare questa contraddizione, di renderla esplicita, di farne materia critica. La seconda riguarda l’intenzionalità. L’AI può generare volumi infiniti di artefatti visivi, sonori, testuali. Il rischio è una produzione bulimica priva di necessità espressiva. L’arte deve rivendicare lo spazio della decisione critica, il gesto che interrompe il flusso automatico per affermare una posizione. Le istituzioni culturali hanno il compito di distinguere tra sperimentazione significativa ed esercizio tecnologico fine a se stesso. Non è semplice, soprattutto in un momento in cui non sappiamo ancora se e come l’AI svilupperà processi critici propri.
La terza, e forse la più trascurata, riguarda la responsabilità etica concreta. La fascinazione per queste tecnologie tende a oscurare questioni urgenti: perdita di posti di lavoro, ridisegno delle professioni, impatto ambientale. Non c’è ancora sufficiente analisi diffusa. L’unica risposta che conosco è alzare l’asticella critica, formare individui capaci di leggere questi processi non come fenomeni tecnici ma come fenomeni culturali e politici. Abitare queste tensioni significa allenarsi a capirle, non subirle.