La Svizzera. Tensioni del presente, sfide del domani 10 April 2026

SOCIETÀ E LINGUAGGIO: SETTE TENSIONI (O TENDENZE)

Di Alessandro Lucchini, Linguista, Ricercatore e Allenatore di tecniche di comunicazione e Silvia Sacchelli, Copywriter e Social Media Manager

Tensione, da tendere: tirare, protendersi verso qualcosa. Non è per forza strappo, né rottura imminente, è anche condizione dinamica, equilibrio che si adatta. Stessa origine per tendenza: inclinazione, propensione, orientamento politico, culturale o sociale. E se è vero che le parole sono conseguenze delle cose (citando Giustiniano), è vero anche l’inverso: le parole le cose le influenzano.

Questa dinamica bidirezionale ben rappresenta il rapporto tra linguaggio e cambiamento sociale. Certo, la società evolve più in fretta rispetto alla lingua, che deve sedimentare, sempre tesa tra il consolidato e l’emergente. Le parole vengono stirate, estese, riadattate. Pensiamo solo al linguaggio dell’inclusione: asterischi, schwa, pronomi (he/him, she/her, they/them) come tentate soluzioni al maschile sovraesteso patriarcale. Tutto questo ci sembra manifestarsi in sette direzioni principali.

L’AI, ovvio. Addestrata su enormi quantità di dati per comprendere, elaborare e generare linguaggio come fanno gli esseri umani. Ma l’AI non ha vissuto l’esperienza che costruisce il senso: lavora bene, fornisce frasi corrette, ma senza un’intenzione reale. Ecco perché bisogna tornare all’etimo di intelligenza, intus legere, leggere dentro le situazioni, scavare oltre le prime risposte banali, con una curiosità che la macchina non sostituisce, ma che può far esplodere. Ha detto in un convegno Mo Gawdat, guru dell’AI: “L’AI non ci sostituirà nel lavoro, ma chi la usa bene sostituirà chi non la usa”.Tutto ibrido. La spinta tecnologica alimenta l’ibridazione: auto, cinema (sale + serie TV), formazione (aula + distanza), commercio (negozio + piattaforme). Lo smart working è uno dei principali effetti di questa trasformazione . Non è solo lavoro da remoto: richiede codici nuovi, capaci di reggere distanza, autonomia, fiducia e responsabilità, in un patto tra persone e aziende che renda la flessibilità un vantaggio per tutti gli attori in campo.

Dialogo intergenerazionale. Sono insieme al lavoro quattro generazioni. Una stessa lingua per tutti, tenuta però in tensione in molti modi differenti. Non è un conflitto tra corretto e scorretto: è una continua frammentazione di significati in cerca di un assetto condiviso. Ma se si continua a dire ciò che le generazioni sono (straniere, migliori/ peggiori, di qua i bacchettoni, di là i cinici infedeli disincantati ansiosi, di qua i “Voi non avete voglia di far fatica”, di là i “Voi non capite il cambiamento”), le diversità si sclerotizzano. Più che etichette, servono lessici condivisi. Parole come inclusione, cura, sostenibilità, bellezza, carriera, flessibilità, tempo libero, ogni età le interpreta a modo proprio: la sfida è trovare un senso comune.

Tutti communication manager. Chi governava la comunicazione delle imprese fino a pochi anni fa? Il vertice. Poi, sull’esterno il commerciale, sull’interno l’HR. Ma in un contesto fluido come l’attuale, questa competenza non si può delegare a un ruolo: occorre a tutte le persone. Quando pubblico e privato non hanno un confine, e ogni personal branding si fonde con il corporate branding, la narrazione pubblica deve intonarsi con quella delle persone che la rappresentano.

Video e podcast. Evidente il trend del visual breve, che attragga in pochi secondi. Ma assistiamo anche a un nuovo protagonismo della parola: pensiamo ai podcast (lenti, profondi, fruibili in libertà), ma anche ai vocali che rendono il dialogo online caldo e personale (sobri, per carità!).

Scrittura: palestra di cambiamento. Scripta manent, ma sempre meno. Meno individuale, più collettiva (questo articolo, per esempio, è scritto a quattro mani); stravolta o contaminata dall’AI, da sigle, stili settoriali, anglicismi; sempre più conversazionale, simile all’oralità; e negoziale, fluida, interlocutoria. La scrittura servirà non solo per fissare un processo logico avvenuto altrove: saprà gestire contrasti, formulare richieste, arginare richieste senza sfaldare legami. Non solo narrazione, ma esercizio continuo di adattamento tra intenzione, contesto e attori.

Cultura del feedback e dell’errore. Indietro non si torna. Gli errori non si cancellano; ma se vengono nominati, studiati, dispiegati, possono diventare apprendimento. Anche qui il linguaggio è centrale. Dare feedback senza giudicare, descrivere senza ferire, richiede parole ben pesate.

È qui che il linguaggio sa tendersi davvero. E può fare al meglio ciò che gli è proprio: dar forma a un’esperienza, farla comprendere e, se possibile, condividere.

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