Intervento di Stefano Besseghini, ricercatore CNR
Avevamo dato un titolo con Fabio Bocchiola alla presentazione di questa sera: Sarà di nuovo austerity?
Questo titolo è stato scelto un paio di mesi fa, in un momento in cui la vicenda di Hormuz era particolarmente promettente. Al netto di questa risoluzione, quello che cercherò di fare sarà provare a tirare alcune riflessioni di sintesi da vicende che più o meno conosciamo tutti perché le abbiamo vissute nel corso di questi anni, e sottolineare quello che forse dovremmo cercare di non imparare dalla storia e da quello che abbiamo attraversato in queste vicende.
Prima riflessione
Il primo punto che vorrei toccare con voi è una riflessione sui momenti di crisi che ci hanno caratterizzato, per provare a trarne un “fil rouge” e qualche elemento di riflessione più generale rispetto all’elemento specifico che ha causato la crisi.
Forse avrete sentito molti dibattiti e discussioni per valutare se quella di quest’anno sia la crisi peggiore da quella del ’73, della famosa interruzione delle forniture di petrolio dell’austerity e delle domeniche a piedi
C’è stato e c’è molto dibattito se sia una crisi peggiore, minore, diversa, con un’intensità sistemica maggiore.
Vi accompagnerò idealmente attraverso quattro grandi momenti di crisi che abbiamo attraversato.

Uno sicuramente è stato quello del 1973, il momento cruciale dell’austerity.
Erano un mondo e una società completamente diversi: quello che vorrei richiamare è cosa ha rappresentato il momento di discontinuità di quella crisi.
Quella è stata una crisi che non è dipesa dalla fine del petrolio, né dalla fine di una materia prima o dal fatto che non fosse disponibile geologicamente.
Quella materia prima non era più resa disponibile nei suoi flussi normali, dopo un periodo, gli anni ’60, in cui era non solo abbondante, ma addirittura ritenuta pressoché infinita o ci si comportava come se fosse infinita.
Ecco, forse la hybris peggiore che ha caratterizzato quel periodo è stata proprio questa idea che la scarsità non fosse un problema con cui ci saremmo dovuti più confrontare.
Il petrolio era abbondante, era in grado di soddisfare pressoché qualunque necessità.
C’è un bellissimo libro a fumetti “Le monde sans fin” di Christophe Blain e Jean-Marc Jancovici che fa capire molto bene come la grande accelerazione della nostra vita e della nostra società sia in larga parte dovuta a queste tanto vituperate energie fossili, che hanno reso disponibile un’energia molto concentrata e sostanzialmente un’unica tecnologia in grado di scalare dalla piccola applicazione del nostro tosaerba da giardino sino a muovere i grandi transatlantici, garantendoci un tenore di vita impensato in un arco temporale assai ristretto
È chiaro che ci siamo cullati all’interno dell’idea che questa scarsità non avremmo più dovuto viverla e quando siamo andati incontro alla crisi del ’73 non eravamo preparati, non avevamo un piano B.
Nel 1989 ci siamo dimenticati della geopolitica, abbiamo immaginato che la storia fosse finita. Anche qui un famoso libro, La fine della storia e l’ultimo uomo di Fancis Fukuyama, che ipotizza che ormai il modello occidentale, il modello democratico, il modello liberale, con la fine del comunismo e la caduta del muro di Berlino, sia destinato a garantire la nuova golden era del mondo.
Dall’89 a oggi ci siamo illusi per molto tempo che potessimo dimenticarci della geopolitica fino al brusco risveglio del 2001.
E poi il 2007, in cui quello di cui ci siamo dimenticati era l’idea che la globalizzazione non fosse in grado di risolvere tutti i problemi, abbiamo per un attimo accarezzato l’idea che il villaggio globale fosse effettivamente tale e la globalizzazione avrebbe garantito quella redistribuzione delle risorse che ha effettivamente permesso a strati rilevanti della popolazione mondiale di affrancarsi dalla povertà.
Soprattutto, eravamo ormai in una dinamica in cui la finanza era diventata una macchina in grado di sganciarsi dal suo sottostante economico, che l’ha sempre alimentata e gestita, per proiettarsi in una dimensione assoluta in grado di risolvere sostanzialmente tutti i problemi.
Ci siamo dimenticati che la finanza è uno strumento, non è l’essenza, e quando la finanza ha perso l’elemento di controllo autoalimentandosi in una spirale di crescita continua siamo andati incontro alla crisi dei subprime, a quello che abbiamo vissuto.
Non sono le uniche crisi che abbiamo vissuto, ma sono le crisi in cui emerge, in maniera abbastanza evidente, che quando la nostra società si adagia nell’illusione che la scarsità non sia un problema, che si possa vivere in un contesto senza preoccuparsi di quale sarà lo step successivo, soprattutto quando gli anticorpi e i sistemi di sicurezza che pure sappiamo dover attivare appaiono troppo costosi per essere intrapresi è allora il momento in cui arriva la “fregatura”.
E nell’ultima crisi, quella del 2021, ci siamo dimenticati che la dipendenza è un problema.
Ricordo che l’Europa, nel suo complesso, dipendeva dalla Russia per più del 40% delle forniture di gas. La Germania dipendeva in maniera assolutamente prevalente e superiore al 55%.
Ho in mente una data molto precisa, il 16 novembre 2021. È un comunicato stampa del mio corrispondente tedesco presidente del Benetze Jochen Homann che rilascia una comunicazione dicendo che non avrebbe certificato Nord Stream 2.
Nord Stream 2 era il grande gasdotto che si stava costruendo tra la Russia e la Germania per completare la capacità della Germania di approvvigionarsi di gas russo, fondamentalmente in autonomia da qualunque linea di trasmissione del gas attraverso l’Europa, perché tra Nord Stream 1 e Nord Stream 2 si realizzava una quantità di capacità di trasporto di gas che non soddisfaceva tutto il fabbisogno tedesco, ma gli mancava veramente molto poco.
Ai tempi seguivamo con grande attenzione l’andamento dei prezzi del gas. Il prezzo del gas era alto, però a febbraio si vedeva un netto abbassamento dei prezzi nei mercati forward Quello scalino era legato proprio all’entrata in servizio di Nord Stream 2 e naturalmente il prezzo, con una grande crescita della disponibilità, sarebbe sceso.
Il 16 novembre, quando sento la segnalazione stampa del presidente di Benetze, capisco che febbraio non sarebbe più stato febbraio, che non ci sarebbe stato un afflusso di gas e che questo legame così forte con la Russia sarebbe diventato un legame che avrebbe cominciato a stringere in maniera significativa alla gola.
Vi segnalo un’altra cosa abbastanza curiosa. Nell’ottobre-novembre del 2021, quando ci accorgiamo in Europa che gli stoccaggi gas, cioè la nostra riserva di gas per far fronte all’inverno, sono curiosamente vuoti, scopriamo anche che gli stoccaggi gas dei tedeschi sono tutti gestiti da Gazprom.
È una cosa di cui nessuno aveva una grandissima coscienza fino a quando non diventa un problema.
Quindi il limite è stato cullarsi nell’illusione che la dipendenza non fosse un problema.
Per concludere questo primo punto, la riflessione con cui vorrei lasciarvi è che fidarsi troppo della stabilità del presente rischia di illuderci sulla garanzia del futuro.
Noi siamo convinti di camminare sul nostro percorso stabile, ma dobbiamo stare attenti che poi questo non ci presenti una qualche tassa da pagare nel futuro.

Seconda riflessione
La seconda riflessione con cui vorrei intrattenervi: l’unica energia veramente non rinnovabile è il tempo.
Il tempo è una variabile che sappiamo accompagna la nostra vita, ma che nel settore energetico ha delle caratteristiche molto particolari.

Nell’immagine vedete le varie generazioni di energia: dalle centrali a carbone alle centrali a gas, che hanno alimentato il fabbisogno di energia per tutto questo periodo; al nucleare; fino ad arrivare alle tecnologie di oggi: il fotovoltaico, l’eolico, le rinnovabili.
In primo piano la grande novità dei giorni nostri, che sono le batterie di accumulo. I sistemi di accumulo sono quelli che permetteranno di risolvere un grande problema del sistema elettrico.
Il sistema elettrico ancora oggi risponde a una legge ineludibile: quando producete energia, dovete consumare la stessa quantità di energia esattamente nello stesso momento.
Se non tenete questo perfetto equilibrio, questo perfetto bilancio tra generazione e consumo, l’esito è il blackout.
Se consumate più energia di quanta ne avete, non riuscirete ad accendere le lampadine di casa, ma è altrettanto vero che, se producete più di quanto consumate, mandate il sistema in blackout.
Questo bilanciamento del sistema si fa con tecnologie digitali molto complesse, perché il sistema è diventato molto articolato.
Una volta le vecchie centrali a carbone erano poche e grandi centrali che alimentavano abbondanti quantità di consumatori.
Oggi abbiamo quella che si chiama generazione distribuita: piccole o relativamente piccole centrali di generazione che soddisfano meno domanda, ma che devono armonizzarsi in questo bilanciamento complessivo.
Capite che se riuscite a introdurre nel sistema qualcosa che è un polmone, che riesce a disaccoppiare il momento in cui genero da quello in cui consumo, bilanciare il sistema diventa molto più semplice e quello che non consumo lo posso accumulare e utilizzare in un altro momento.
Questa è la funzione delle batterie: il disaccoppiamento fisico tra la generazione e il consumo. Ed è nuovamente una questione di tempo.
Cosa fanno quindi le batterie? Le batterie fondamentalmente spostano nel tempo l’energia.
L’energia deve essere prodotta e spostata nelle due dimensioni, nello spazio e nel tempo. Se producete in Sicilia e dovete consumare a Milano, questa energia deve arrivare dalla Sicilia a Milano attraverso le reti.
Oggi il sistema di generazione basato su rinnovabili non programmabili ed aleatorie ci chiede di spostare l’energia anche nel tempo, perché abbiamo momenti in cui l’energia è molto disponibile, ad esempio di giorno utilizzando sistemi fotovoltaici, e naturalmente non è disponibile di notte.
Quindi abbiamo bisogno di un sistema che sposti nel tempo l’energia.

Pertanto, vedete la rilevanza e l’importanza del fattore tempo.
Il fattore tempo che voglio commentare con voi questa sera non è soltanto il tempo tecnico e tecnologico dell’energia e del bilanciamento, ma anche un curioso avvelenamento del dibattito pubblico, per cui sembra che il tempo non esista oche sia una variabile di cui possiamo fare a meno, perché tutto è disponibile subito o, se non è disponibile subito, lo sarà a breve.
Questo purtroppo non è vero nel mondo reale. C’è un grande ammaliatore che caratterizza la nostra società: il digitale. Il digitale ci sta abituando a una materializzazione dei bisogni in tempi estremamente brevi, a una tecnologia che corre con una velocità molto superiore a tutte le altre tecnologie, dandoci l’illusione di una potenza che la modernità ci ha sempre promesso e che oggi vediamo concretizzarsi.
Però il tempo in alcune tecnologie ha ancora un valore. Quello che voglio sottolineare con voi stasera sono tre dimensioni di questo tempo, tre tempi di cui dobbiamo avere coscienza.
Un tempo è quello tecnico-industriale. Questo è un tempo che ormai tendiamo a ignorare, a non pesare e stimare adeguatamente.
Taluni prendono decisioni con una percezione eccessiva che il tempo non sia una variabile di cui avere coscienza.
Ho fatto per tanti anni il ricercatore e mi ricordo che una delle cose che chiedevo era: la ricerca ci darà grandi novità, ma ditemi quando. Naturalmente non pretendevo la sfera di cristallo e c’è sempre il rischio (o la speranza) di una scoperta “disruptive” ed inattesa ma impariamo ad accompagnare il nostro ragionare attorno alla tecnologia ed alla ricerca con la dimensione temporale ben presente.
Facciamo in modo che i decisori prendano decisioni avendo consapevolezza di come l’evoluzione tecnologica sarà in grado di dare o di non dare delle risposte e soprattutto con quale impatto.
Vi faccio un esempio molto diretto e concreto. Siete tutti inondati oggi dai data center e dall’intelligenza artificiale. Sono sicuro e convinto che noi avremo tanti data center.
Sono meno sicuro e convinto che quei data center consumeranno la quantità di energia che oggi prevediamo, non perché non avranno bisogno di energia, ma perché loro stessi faranno una loro curva di evoluzione della tecnologia ottimizzando la principale risorsa che consumano, vale a dire l’energia.
Vi faccio due esempi banali:
- DeepSeek è una piattaforma di intelligenza artificiale cinese che un anno fa ha annunciato che, con i chip NVIDIA di generazione precedente, quindi di generazione N-1, riusciva a fornire prestazioni di intelligenza artificiale equivalenti a quella stato dell’arte consumando il 75% di energia in meno.
- lo stato italiano sta finanziando in forza di una deroga sugli aiuti di stato startup dell’università di Cambridge CamGraPhIC del prof. Andrea Ferrari che sostiene che i suoi transceiver al grafene possano offrire più banda, minore latenza e fino all’80% di consumo energetico in meno rispetto ai tradizionali transceiver ottici pluggable per data center. Non basta infatti avere GPU sempre più potenti; bisogna far muovere enormi volumi di dati tra GPU, memoria e reti interne con meno latenza e meno consumo.
Pertanto, il tempo industriale è un oggetto che non si può dare per scontato e acquisito, ma va studiato, analizzato, compreso e calato nelle nostre decisioni.
Il secondo è il tempo politico, che io qui declinerei nella sua accezione di accettabilità sociale.
Il tempo politico non è un tempo della politica in senso negativo, non è un tempo dell’inazione; è il tempo perché una decisione possa formarsi, mantenersi e resistere nel tempo.
Noi abbiamo problemi enormi di accettabilità sociale pressoché per qualunque impianto.
C’è relativamente poca resistenza alla penetrazione delle tecnologie digitali, un po’ le antenne, ma neanche più di tanto mentre la resistenza verso impianti industriali legati al mondo dell’energia sia per la generazione che per la trasmissione sconta difficoltà enormi.
Quindi il tempo politico oggi diventa pesante perché la cultura media della nostra società purtroppo sta scendendo e c’è più bisogno di interventi specifici per ottimizzare questo tempo sugli interventi che è necessario fare.
E infine il tempo climatico. Il tempo climatico non è il tempo dell’evoluzione del clima, ma è il tempo degli obiettivi che abbiamo deciso di darci.
Quante volte abbiamo sentito dire: l’obiettivo della Commissione è ambizioso? Purtroppo, abbiamo disegnato molte delle nostre policy sull’obiettivo, non sulla traiettoria.
Perché la traiettoria è quella che chiama in causa il tempo tecnico-industriale e il tempo politico. È la traiettoria che ci dice come implementeremo i passi successivi per raggiungere l’obiettivo.
È bene sapere l’obiettivo, ma è fondamentale apprezzare il tempo politico e il tempo industriale.
Poi ci sono momenti in cui di tempo non ne abbiamo. Quello che abbiamo vissuto nel 2022 è uno dei momenti in cui di tempo non ne abbiamo avuto.

Il grafico mostra chiaramente come la convinzione che la dipendenza non avrebbe creato mai un problema si è rivelata insensata.
Per molti anni dal 2006 in avanti il costo del gas è una variabile quasi ininfluente, caratterizzato da grande stabilità perché non cambia praticamente mai: costa circa 18 euro a megawattora.
Tuttavia, nel 2019 il prezzo del gas era straordinariamente basso perché c’era stata una serie di vicende per cui c’era molto gas disponibile. Quindi il prezzo era molto sceso ed era partita una grande narrazione sul fatto che il gas ormai fosse un oggetto ampiamente disponibile.
Poi arriva il Covid, nel 2020, e vedete che il prezzo scende ancora a causa della domanda estremamente bassa durante il Covid. Sulla grande scala che (purtroppo) caratterizza il grafico la discesa sembra modesta ma vi assicuro che al tempo fece molto notizia.
Nel 2021-2022 andiamo incontro alla crisi dei prezzi. All’inizio del 2021 ci accorgiamo che i vaccini funzionano, l’economia riparte e c’è un’accelerazione significativa dell’economia europea, una crescita a doppia cifra, rispetto a cui le forniture di gas, massacrate dalla mancanza di investimenti degli anni precedenti, non riuscivano a garantire le forniture necessarie.
Il primo momento di rampa del prezzo del gas ha quindi sollevato la necessità di riaccelerare sugli investimenti, ma gli investimenti hanno bisogno di tempo (come si diceva prima) per realizzarsi e… non avevamo tempo.
È nel 2022 che si manifesta il problema di chi, a quel punto, stava utilizzando strumentalmente la corsa del prezzo del gas per quella che si chiama la “weaponization” dell’energia, cioè utilizzata strumentalmente per farci una guerra.
Oggi, da ormai tre anni, consideriamo normale 40 euro a megawattora. Tuttavia, ci dimentichiamo che quattro anni prima erano circa la metà.

Questo percorso che ho riassunto seguendo la curva del prezzo del gas si apprezza molto di più se si vanno a vedere gli effetti che questo ha determinato sul costo che abbiamo dovuto sostenere per gestire la fase di crisi.
Il confronto che vi presento non è formalmente corretto e ne sono consapevole perché confortiamo investimenti con spesa corrente ma mi serve solo per farvi apprezzare l’ordine di grandezza degli effetti della crisi.
Dal 2006 al 2020 in Italia abbiamo investito circa 130 miliardi per rafforzare la nostra capacità di generazione da fonti rinnovabili. E gli effetti si sono visti…
Oggi abbiamo superato circa 40 GW di potenza installata. Quaranta GW, per farvi un’idea, sono una trentina di centrali nucleari, tanto per dare un raffronto con un oggetto noto per essere una cosa che produce molta energia.
I tre anni che vedete indicati in negativo sono invece i soldi che abbiamo speso per evitare che lo shock dei prezzi legato a quel picco del gas che abbiamo visto massacrasse la nostra economia.
Questo per dirvi come camminare su quell’asse che avete visto prima, senza preoccuparsi troppo di avere strumenti per gestire la crisi, ci espone a impegni economici che possono facilmente sterilizzare un lavoro virtuoso e faticoso fatto negli anni precedenti.
In tutto ciò c’è un grande tema: l’Europa. I dibattiti sono accesi su ciò che l’Europa ha e non ha fatto.

Tuttavia, va precisato che il tema dell’energia è un tema nazionale, non è un tema dell’Europa. È un tema che malgrado gli sforzi di integrazione rimane fortemente incardinato alle logiche degli stati nazionali.
Quindi certamente nella fase di crisi l’Europa avrebbe potuto fare di più e forse fare meglio certi passaggi come quello sulla discussione sul mettere un cap al prezzo del gas ma va anche onestamente riconosciuto che non si è mai lavorato affinché l’Europa, meglio l’unione europea, fosse un soggetto autonomo sullo scenario internazionale nella definizione delle policy energetiche.
Pertanto, abbiate sempre presente che quando discutete di Europa state discutendo di un insieme di Stati che svolge le proprie autonome politiche energetiche.
Quando parlate di Unione Europea state parlando di un soggetto giuridico che non ha leve significative per giocare la competizione energetica nei confronti degli altri blocchi continentali.
Capite quindi la difficoltà di mettere a punto strategie.
Noi ci facciamo troppa competizione interna e non ci preoccupiamo della competizione che abbiamo verso gli altri macro-blocchi, il primo ad osservare con chiarezza questo punto è stato Draghi nel suo famoso e mai attuato rapporto sulla competitività dell’Europa.
Terza riflessione
Infine, l’ultimo spunto di riflessione che voglio condividere con voi è quello del treno della transizione energetica, che è il grande mito narrativo della nostra epoca.

Quello che vorrei invitarvi a considerare è che è una delle poche volte della storia in cui una transizione l’abbiamo costruita senza la tecnologia.
Noi siamo partiti con l’ambizione di fare una transizione energetica avendo un paio di tecnologie in mano, fotovoltaico ed eolico fondamentalmente, e nessuna infrastruttura di tipo sistemico in grado di integrare in maniera significativa quelle tecnologie nella nostra capacità produttiva e nel nostro sistema di vivere.
È una grave violazione dei tempi di cui vi ho parlato prima.
Perché ho disegnato un treno che ha una grande ambizione di viaggiare, ma a cui qualche pezzo manca?
Perché le tecnologie a bordo la transizione energetica più o meno ce le ha: le batterie, i pannelli, l’auto elettrica. Ma non sono sistemiche, non sono ancora integrate.
Lo stanno diventando, stanno migliorando, stanno crescendo, ma siamo partiti con un obiettivo di transizione senza avere immediatamente disponibili le tecnologie, gli schemi incentivanti, i meccanismi di promozione e gli strumenti di giustezza sociale con cui integrare questo cambiamento all’interno della nostra società.
Ne avete avuto un esempio clamoroso nella vicenda dei gilet gialli francesi, che ci siamo già tutti dimenticati.
Quello era l’evidente scollamento di quel treno che partiva ad alta velocità su un assetto normativo, una sorta di carbon tax per le automobili, senza considerare che c’era chi quella carbon tax non la poteva pagare e ci doveva lavorare, e che quindi avrebbe creato inevitabilmente uno scollamento sociale.
Allora, è ormai inevitabile che questo treno proceda, lo stiamo completando, ma richiede che abbiamo la capacità di riconoscere subito quando stanno arrivando delle crisi, per costruire strumenti che ci permettano di avere disponibili le modalità con cui interagire e coprirle.
Perché la cosa fondamentale è domandarsi sempre se saremo capaci di riconoscere i limiti prima che quei limiti si impongano.
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