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Tra banche svizzere e fisco italiano rapporti difficili (e sempre complessi)

Ne hanno discusso allo Swiss Corner Lino Terlizzi e gli avvocati Angela Monti e Paolo Bernasconi. Di Gianfranco Fabi

Banche svizzere e fisco

Le banche svizzere sono certo tra le istituzioni che il fisco italiano ha sempre visto con esplicita diffidenza. Nei tempi del segreto bancario non erano peraltro pochi gli italiani che cercavano oltre confine insieme all’efficienza e alla sicurezza, anche discrezione ed anonimato: in qualche caso sicuramente anche per riuscire a nascondere al fisco redditi e patrimoni. Ma il segreto era destinato a cadere ed è caduto nell’ambito della collaborazione internazionale per sconfiggere non solo e non tanto l’evasione fiscale, ma anche e soprattutto i traffici illeciti, i frutti del commercio di droga, i proventi di attività criminali con conseguente riciclaggio di denaro. E così si sono spalancate, almeno per clienti esteri, le porte dei conti e forzieri con quello scambio automatico di informazioni che è diventato il cardine dei rapporti di trasparenza bancaria non solo tra Svizzera e Italia, ma anche con tanti paesi con in prima fila Stati Uniti, Germania e Francia.

Sul fronte italiano questa evoluzione è stata caratterizzata da una sanatoria fiscale, la “voluntary disclosure” che, in due tempi, avrebbe dovuto chiudere i conti con il passato. In effetti oltre 130mila contribuenti italiani hanno pagato complessivamente quattro miliardi di euro per regolarizzare i propri conti all’estero: il 70% dei quali detenuti proprio in Svizzera. Ma qualcosa sembra essere rimasto in sospeso, almeno per il fisco italiano.

Nelle scorse settimane infatti molte banche svizzere, così come quelle di San Marino, Liechtenstein e principato di Monaco, hanno ricevuto formali richieste per precisare le attività da loro svolte in Italia e quindi pagare le relative imposte sugli utili che hanno potuto realizzare. Come è stato sottolineato in un incontro organizzato all’inizio di aprile dalla Camera di Commercio Svizzera in Italia allo Swiss Corner, l’iniziativa dell’Agenzia delle Entrate ha suscitato più di una perplessità.

Lo ha sottolineato in apertura il presidente di Swiss Chamber, Giorgio Berner. Lo ha rilevato il giornalista Lino Terlizzi, che ha richiamato lo scenario di differenze anche culturali che hanno sempre caratterizzato il tema fiscale tra Svizzera e Italia. Così come gli avvocati Angela Monti e Paolo Bernasconi, che hanno sottolineato la permanente difficoltà dei rapporti fiscali dalle due parti. “Una soluzione concordata è possibile?” si chiedeva il titolo dell’incontro. Possibile sicuramente, ma comunque molto difficile anche alla luce del vicolo cieco in cui si è infilata la cosiddetta road map, cioè i passi che avrebbero dovuto completare l’accordo fiscale firmato nel gennaio del 2015, proprio a Milano, dall’allora ministro delle Finanze italiano Pier Carlo Padoan e dal Consigliere federale Eveline Widmer-Schlumpf. Quell’accordo, al cui cuore c’era lo scambio di informazioni divenuto subito operativo, prevedeva che in tappe successive si sarebbero riviste le intese sulla tassazione dei frontalieri, ancora regolata dall’accordo del 1974, e la possibilità che le banche elvetiche possano offrire i rispettivi servizi finanziari nella Penisola. Anche su quest’ultimo punto, ancora in sospeso, si innesta l’attuale confronto. Angela Monti, avvocato tributarista, attiva a Milano e a Lugano, ha sottolineato come appaia decisivo aprire e mantenere aperto il dialogo. Appare forse complesso pensare ad una regolamentazione complessiva, ma può essere certamente utile affrontare concretamente ogni caso anche perché è estremamente difficile generalizzare. “Ogni banca – ha sottolineato Angela Monti – ha un proprio modello di business e sulla base di questo si possono configurare le operazioni condotte negli anni scorsi con i clienti italiani”.

Da sinistra: Paolo Bernasconi, Giorgio Berner, Angela Monti, Lino Terlizzi e Gianfranco Fabi.

Da sinistra: Paolo Bernasconi, Giorgio Berner, Angela Monti, Lino Terlizzi e Gianfranco Fabi

Da parte sua Paolo Bernasconi, avvocato, professore e già magistrato a Lugano, ha sottolineato come le banche svizzere dovrebbero innanzitutto rispettare le regole previste dal diritto svizzero, regole che impongono precisi limiti all’operatività e alla discrezionalità. Non si vede quindi come possano rientrare in questa vicenda informazioni particolari su clienti e dipendenti.

C’è stato – ha ricordato Bernasconi – un atteggiamento particolarmente aggressivo da parte degli Stati Uniti in particolar modo nei confronti delle grandi banche che hanno dovuto scendere a patti ed accettare transazioni di importi anche rilevanti. “Molti Stati – ha sottolineato – hanno cercato di clonare quanto fatto da Washington, ma i risultati sono ancora tutti da dimostrare”.

Sullo sfondo di queste controversie resta comunque un approccio molto differenziato alle strategie fiscali. “Anche da un punto di vista politico e culturale – ha sottolineato Lino Terlizzi, giornalista ed editorialista del Corriere del Ticino – la visione svizzera del rispetto della privacy e dei rapporti costruttivi tra contribuenti e amministrazioni fiscali, appare spesso diversa e lontana da quella di altri paesi. La Svizzera ha abolito il segreto bancario per i non residenti, ma lo ha mantenuto integralmente per i residenti. E la rinuncia al segreto era diventata quasi obbligata per non essere isolata dalla comunità internazionale dopo i forti attacchi di Stati Uniti, Ocse ed Unione Europea”. Proprio per queste diverse prospettive un accordo appare complesso. Il punto di contatto potrebbe essere quello di un sano pragmatismo. Con una collaborazione che tuttavia non parta da una presunzione di colpevolezza, ma si appoggi sulla volontà di fare quei passi in avanti che possono essere utili ad entrambe le parti. Perché è interesse delle banche svizzere poter ampliare i propri business in Italia ed è interesse del fisco italiano che su questi affari si paghino le giuste imposte. Sarebbe indispensabile un intervento politico: ma la politica in Italia sembra avere altre priorità.

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